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Sopportare pazientemente le persone moleste

27 Maggio 2016 in Le catechesi di Padre T. 0

Un’altra opera di misericordia è quella di sopportare pazientemente le persone moleste, cioè le persone che hanno un particolare difetto che ci infastidisce.

Anzitutto chiediamoci cosa sia una molestia. Si può trattare di un qualcosa di fisico o di morale. Ma al di là di questo, centriamoci soprattutto di capire se quel che mi infastidisce è più un aspetto soggettivo che oggettivo. Ricordo un mio confratello che detestava essere vicino a uno che non cantasse bene o fosse stonato. Cosa che a me non dice nulla, anzi pure mi sorprende che possa molestare… qui dipende da ognuno, dalla sua sensibilità.

Però c’è la dimensione oggettiva. In effetti ci sono proprio i caratteracci. Quelli che ovunque vanno si fanno nemici; chi ci ha a che fare, prima o poi ne prende le distanze…

Che fare? Come comportarci?

Il mondo, la mentalità comune, in genere dinanzi a questi problemi e a queste persone ci invita a starne alla larga, a evitarle o nel migliore dei casi a tollerarle. La tolleranza di per sé è un valore ma non si equiparerà mai a quel che il Signore ci chiede invece con questa opera di misericordia. Rimane troppo orizzontale invece di aprirsi a quel che il Signore vuole dirci attraverso queste persone.

Ci sono stati santi che hanno vissuto in modo egregio questa opera di misericordia. Penso ora a Santa Teresina. Lei racconta due particolari di come ha affrontato una molestia oggettiva che riceveva nel suo monastero. Ogni giorno, una sua consorella, al momento di lavare i vestiti presso la fontana, la spruzzava sempre. Lei si impose di non dirle nulla. Un’altra invece, sua vicina in cappella, aveva una specie di tic per cui faceva un rumore continuo e fastidioso con la sua bocca. Anche in quel caso lei si impose di non sbottare mai, di non prendersela.

Uno può dire: “beh, finché siamo in convento… ma ci stesse una santa così in certe situazioni familiari o in certi posti di lavoro…”

Quante volte i difetti del marito o della moglie diventano per l’uno o l’altro motivo di separazione! Anche solo il dentifricio usato male, il rotolo di carta igienica sempre lasciato vuoto, le scarpe buttate là… Quanto fastidio ci possono causare i nostri parenti, con le loro invadenze e osservazioni, che dobbiamo per forza sorbire sistematicamente nelle feste o ricorrenze importanti. Certi nonni che ripetono sempre le stesse cose e fanno le stesse domande…

E che dire dei vicini di casa? Con certi tonfi che fanno anche nel cuore della notte e che si permettono anche di prendersi un cane che abbaia di continuo!!!

Ma è nulla a confronto del posto di lavoro! Ormai lì è inutile, sono tutti falsi, guai a svelare cose di te, attento a come parli! Quanta competizione, quanto carrierismo, quanto sgomitare, quante maschere troviamo!

Quella collega inferma ad esempio, è troppo esigente, non è mai contenta, si lagna continuamente, benché a torto; quell’altra è fastidiosa, trova a ridire su tutto, niente va mai bene per lei; questa ha un carattere sofistico e altero; l’altra usa villanie; quell’altra fa il broncio e non parla…

S. Bernardo diceva che se in una comunità o in una casa non ci fosse qualche persona fastidiosa da sopportare, bisognerebbe andare a cercarla e pagarla anche a peso d’oro…

Che fare? Non è scontato ma bisogna sopportare e offrire. La differenza tra chi tollera e chi sopporta è proprio nel modo interiore di vivere la stessa esperienza. Chi tollera è bravissimo ma magari non vede l’ora che la persona in questione se ne vada. Chi sopporta, offre a Dio con amore il fastidio, il dolore, il male che sente.

Questo ce lo dice tale e quale san Paolo: “Portate pazientemente gli uni i pesi degli altri per amore”. Le due parole chiave sono: “pazientemente” e “per amore”.

Ma certamente non è questo l’unico comportamento plausibile. Se ci sono problemi oggettivi, se il comportamento altrui è davvero dannoso per me, allora qui entra in gioco al “santa furbizia” di Papa Francesco, riferita ai Magi, che seppero evitare un vero problema: il re Erode.

Un aspetto della luce che ci guida nel cammino della fede è anche la santa “furbizia”. E’ una anche virtù questa, la santa “furbizia”. Si tratta di quella scaltrezza spirituale che ci consente di riconoscere i pericoli ed evitarli. I Magi seppero usare questa luce di “furbizia” quando, sulla via del ritorno, decisero di non passare dal palazzo tenebroso di Erode, ma di percorrere un’altra strada.

Finisco elogiando la virtù cristiana della pazienza perché è davvero ricca di frutti in chi la coltiva.

“Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza, mi ha dato il frutto della felicità” Khalil Gibran.

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