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Catechesi per un bambino preoccupato

7 gennaio 2020 in Formazione 0

di Daniel Magrì

Psicologa-Psicoterapeuta

Articolo tratto da Essere catechisti

Un bambino, per definizione, sta apprendendo. A camminare, a parlare, ad usare il suo corpo, ad interagire con gli altri, a dare significati alle parole, ad andare in bicicletta e tutto quello che potrà imparare da ciò che vedrà e che gli sembrerà su qualche piano utile per crescere. Per continuare a farlo ha bisogno di molte energie libere, in particolare, libere da preoccupazioni. Un bambino preoccupato per quello che succede a casa, per difficoltà di rapporto con i compagni o per qualcosa di brutto che gli è successo, non ha le energie sufficienti per osservare, ascoltare ed elaborare nuove informazioni e nuovi messaggi.

Una ricerca promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza presentata nel 2015, da alcuni considerata sottostimante il fenomeno, indica che in Italia un bambino su cinque è vittima di una delle seguenti situazioni:

  • Trascuratezza materiale e/o affettiva;
  • Violenza assistita;
  • Maltrattamento psicologico;
  • Patologia delle cure (cure scarse o eccessive);
  • Maltrattamento fisico;
  • Abuso sessuale;
  • Forma di violenza prevalente non definita.

Uno su 5 vuol dire che in un gruppo di catechesi che conti una quindicina di bambini, esiste la probabilità che 3 abbiano assistito o stiano assistendo ad una delle circostanze elencate.

Perché è importante saperlo come catechisti? Perché un bambino che stia vivendo un forte disagio difficilmente assorbirà nuove informazioni e in particolare gli sarà difficile credere a messaggi di speranza, pace, amore.

Per esempio, un bambino trascurato emotivamente è un bambino che non si sente apprezzato, a cui non viene riconosciuto valore, che riceve manifestazioni d’affetto carenti, che non ha l’esperienza concreta di un affetto che lo faccia sentire sereno ed al sicuro. Qualunque sia l’ambiente in cui vive, il bambino ha insito l’anelito al sentirsi amato, ma quello che conosce e che chiamerebbe amore, nel caso descritto, non lo rende completamente tranquillo. Questo bambino non potrà sapere di cosa si sta parlando quando il catechista affronta temi come l’amore o il voler bene, o perlomeno ne avrà una idea distorta.

Per bambini che vivano in contesti trascuranti o maltrattanti, un rapporto con l’altro che li faccia sentire sereni ricade nella categoria delle esperienze emozionali correttive, ossia esperienze in grado di correggere le informazioni in loro possesso sull’essere amati, restituendo loro la possibilità che siano piacevoli.

Non è semplice riconoscere quali dei bambini del gruppo vivano o abbiano vissuto situazioni sgradevoli, se non proprio traumatizzanti, perché spesso non sono disponibili a parlarne. Non lo sono perché non si fidano, e d’altronde come potrebbero se quello che è stato minato in loro è proprio la fiducia nelle altre persone, magari a cominciare proprio delle figure per loro più significative?

I bambini, inoltre, trovano delle strade peculiari per fronteggiare il malessere: c’è il bambino che tende a stare in disparte, quello che ha comportamenti violenti, quello che è bravissimo ed è tanto apprezzato dagli adulti. A volte sarà possibile notare un cambiamento nel comportamento di un bambino perché gli sta succedendo o gli è appena successo qualcosa di brutto, ma non sempre l’educatore sarà in grado di valutare o intervenire sul singolo caso.

Da adulti che condurranno il gruppo di catechesi, l’atteggiamento più efficace da tenere è quindi quello realista: sapere che situazioni di trascuratezza e maltrattamento esistono, che sono vissute da alcuni dei bambini che incroceremo, e che a volte parleremo a questi bambini senza saperlo. Avere in mente questa contingenza potrebbe aiutarci ad affrontare alcuni argomenti in un modo un po’ diverso, ossia in un modo che non confermi la sensazione di estraneità che questi bambini si portano dentro proprio perché non condividono la stessa serenità degli altri compagni del gruppo.

Può darsi che qualche bambino si apra e ci mostri porzioni di sgradevolezza connaturate alla sua vita quotidiana: in questo caso occorre ringraziarlo della fiducia dimostrata e sostenere sempre le sue emozioni. L’idea da passare è che quello che prova va sempre bene. Poi, se valutiamo di doverlo fare, cerchiamo di aiutarlo, magari chiedendo supporto presso professionisti se ne sentiamo la necessità. Potremmo, per quel bambino, star piantando il seme della possibilità di fidarsi di un’altra persona, o, se preferite, della speranza di cui gli avremo magari già tante volte parlato. Magari saremo in grado, per una volta, di fargli sperimentare la sensazione di sicurezza a cui ha diritto ogni bambino.

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