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Essere padri dei nostri padri

21 maggio 2015 in Le catechesi di Padre T. 0

Il comandamento di Dio sulla relazione tra padri e figli è molto più ampio e profondo di quanto si immagini. La tradizione culturale nell’insegnamento catechetico, per lo più rivolto ai bambini, ci trasmette il bagaglio di un comportamento che si indebolisce nell’adolescenza per essere abbandonato nella vita adulta. E questo è più che opportuno e necessario per la formazione umana. Si pensa infatti che “onorare il padre e la madre” significhi un dover fare quello che loro dicono, un atteggiamento di obbedienza. Nella tappa di adolescenza, i ragazzi cominciano a formare una personalità autonoma e cominciano a fare scelte proprie. Nella vita adulta rimane la ricchezza del consiglio dei genitori, in virtù dell’esperienza e di una augurabile saggezza acquisita, ma il non seguire tale consiglio, non obbedire, non è certo peccato.

Quando Noè si trovava nella propria tenda, ubriaco per avere bevuto il vino che era il frutto della vite piantata dopo il diluvio, Cam lo vide e lo disse a tutti, mentre Sem, entrando di spalle, lo coprì con il suo mantello. Più in profondità vediamo che quello più infantile tra i figli (il figlio minore nel caso di Noè), entrò nell’intimità del padre (la tenda), scoprì le sue miserie (ubriachezza e nudità) e lo denunciò (pubblica proclamazione). Il figlio maturo (il maggiore, in questo caso), si avvicina con rispetto alle vergogne del padre (entra di spalle) e se ne assume la responsabilità (il mantello è segno dell’identità di un uomo: con esso Noè viene coperto).

Il libro della Genesi (9, 18-28) ci trasmette le origini della nostra umanità. Ci insegna che per essere adulti, per lasciare da parte gli infantilismi di un’esperienza filiale immatura e servile, dobbiamo cambiare il nostro modo di essere e di relazionarci con i nostri genitori, parenti amici, fratelli, con il prossimo. Essere adulti, il frutto della formazione umana, non vuol dire certo continuare a fare sempre quello che dicono i genitori, ma convertire il proprio modo di essere figli imparando a essere padri.

Onoriamo il padre e la madre quando cominciamo ad essere padri dei nostri padri, che non significa “trattarli come bambini” ma “assisterli come figli”.

La vita ci chiede di prenderci cura dei genitori quando invecchiano e rimangono soli per il nido vuoto, quando diventano deboli e si fanno dipendenti di assistenza esterna, talvolta inconsapevoli della fecondità di questa mortificazione l’umiltà dell’anima che si prepara all’abbraccio eterno del Padre. A volte però rimangono ferite profonde più o meno nascoste, traumi e abusi, umiliazioni subite nell’infanzia, danni spirituali che generano risentimenti e rancori, abbandoni, disprezzo e maltrattamento, verbale e psicologico se non fisico.

La Parola di Dio è parola di guarigione. Il Padre ci insegna a relazionarci con il nostro prossimo con lo sguardo del padre, ad assistere nostro fratello come un figlio. Un padre accetta dal figlio ogni tipo di insulto come fosse un capriccio, lo ridimensiona perchè sa sentire con tenerezza, non si lascia ferire, accoglie con amore il figlio così com’è, con le sue miserie, la sua volgarità, il suo peccato che è disprezzo dei figli di Dio per il Padre.

Per imparare ad essere padri dobbiamo ancor prima imparare ad essere figli. Le ferite interiori sono sanate dal perdono, dall’amore concreto che si fa tenerezza, cura dell’altro, assistenza nella sua debolezza, nella sua miseria, senza giudizio, ma con misericordia. La misericordia (cuore e miseria) è la facoltà del cuore di Dio di toccare la miseria umana, facoltà che dobbiamo apprendere alla scuola della carità, della carità senza finzioni di 1Cor13, 4-10. Lasciandoci toccare dall’umanità di Gesù, sono sanati i nostri processi interiori e noi diventiamo liberi, maturi, adulti. Immagine e somiglianza di Dio. Come Maria.

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