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La fatica di andare a scuola.

20 gennaio 2014 in Dalla parte del bambino 0

Senz’altro questo è un argomento che raramente viene trattato perché non è facile da riconoscere, da accettare, da affrontare pur sapendo che normalmente un’eccessiva applicazione della mente genera uno stato psico-fisico negativo nella persona/bambino.

La situazione non è da attribuirsi semplicemente alla sua costituzione o al carico di lavoro derivante dalla vita quotidiana, ma, in modo più complesso ed onesto nell’indagine, è necessario verificare l’insieme della struttura scolastica frequentata, la composizione dell’orario quotidiano, l’organizzazione della vita del bambino, il rapporto con gli insegnanti, con i genitori, con i fratelli, la presenza di motivazioni e di frustrazioni con il peso che ne deriva.

Quando il bambino è affaticato si esprime con due tipi di reazioni:

–       l’eccitazione

–        la passività

Nel primo caso egli parla nei momenti meno opportuni, in modo affrettato, poco chiaro, ride senza motivazione, si agita, si scompone, non riesce a stare seduto e colleziona punizioni e castighi a catena.

Nel secondo caso dimostra debolezza, risponde in ritardo alle domande, si blocca, sbadiglia, si annoia ed è estraneo a quanto succede in classe o a casa diventando oggetto di richiami, di confronti e di mortificazioni varie.

Spesso i bambini anticipatari che, per ragioni anagrafiche e per tappe di sviluppo,  non sono pronti alle esigenze della situazione, devono affrontare maggiori difficoltà e sono le prime “vittime” in questo senso.  Sia chiaro che non tutti i bambini anticipatari e non solo loro vivono dei disagi a scuola.

In realtà l’orario scolastico, l’alternarsi di insegnanti diversi, di esigenze, di gratificazioni, di approcci, di sensibilità diverse sono responsabili di tanti problemi che riscontriamo nel bambino, anche per l’atmosfera altamente competitiva in cui si trova ad operare.                                                               Durante il lavoro in classe non sono previste brevi pause di movimento o comunque ludiche. L’attività motoria quotidiana è indispensabile, è “ossigeno” per la vita del bambino: ne favorisce la concentrazione durante le immediate, successive attività di apprendimento. Quindi non è tempo perso a danno delle altre attività più intellettuali. Nella nostra cultura scolastica non se ne tiene conto, sottovalutando i benefici che potrebbero conseguirne adulti ed alunni, al di là di tutti i problemi strutturali e organizzativi che oggettivamente esistono.  Anzi spesso gli adulti dimenticano che i bambini hanno bisogno di ridere, di divertirsi, oltre che di muoversi, anche mentre vivono il proprio lavoro scolastico. Soprattutto hanno necessità di vedere volti  di insegnanti sorridenti e allegri, pur affaticati, preoccupati e seriamente impegnati.

Sono molto influenti poi i fattori emozionali, quelli derivanti dalla maturità emotiva personale, per cui il bambino spende una quantità di energia nervosa sproporzionata a quanta ne richiederebbe la situazione di apprendimento.

Senza forti motivazioni, senza stimoli per gli argomenti e le attività proposte, senza risposte adeguate alla curiosità innata di scoprire il mondo, la vita scolastica, la didattica, la metodologia, le materie perdono fascino e inducono all’indifferenza ed alle reazioni negative.

Chiaramente possono essere presenti fattori personali del bambino scarsamente reattivo, gracile, con problemi di sviluppo o di origine familiare. Ne consegue un grado di minor resistenza alla fatica scolastica prolungata. In quel caso si impone la necessità di prenderne atto e di agire di conseguenza. Non si può escludere come causa di affaticamento, l’ambiente in cui si trova l’alunno dove rumore, voci disordinate, confusione possono indurre la persona ad isolarsi per difesa, per potersi concentrare, comunque, con tanta fatica.

Da ultimo, anche se non meno importante, l’atteggiamento della famiglia influisce sulla “serenità/felicità/applicazione” del figlio/alunno. Spesso si manifestano aspettative troppo alte circa prestazioni e voti. Il bambino teme  che risultati meno brillanti possano compromettere la stima nei suoi confronti da  parte di papà e mamma. Oppure il timore da parte dei genitori per le naturali difficoltà scolastiche, che ogni persona dovrebbe  imparare ad affrontare da sola, generano ansia ed insicurezza anche nel figlio.

Un genitore/educatore, un insegnante/educatore devono saper equilibrare esigenza, affetto, comprensione, carico di lavoro, organizzazione della vita scolastica e di quella familiare nell’ambito di un dialogo continuo e nel rispetto delle rispettive competenze.

Il punto di partenza per esaminare qualsiasi problema educativo è sempre lo stesso: conoscere il bambino, “quel” bambino diverso da tutti gli altri nella sua oggettiva realtà, così da poterne sviluppare e supportare gli aspetti positivi ed affrontare quelli di debolezza, concordando alla fine un progetto educativo personale.

Il primo esame di coscienza riguarda gli adulti, genitori ed insegnanti, circa il loro modo di affrontare, di vivere le situazioni coinvolgenti ed impegnative del proprio ruolo. Questo ruolo impone sicurezza, determinazione, molta delicatezza e lungimiranza nel rapporto con i bambini, per raggiungere gli obiettivi del lavoro educativo i cui risultati positivi sono sempre possibili.

Buon lavoro!

       

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