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“Vi ho chiamato amici”

1 marzo 2019 in Le catechesi di Padre T. 0

 “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. [Gv15,12-17].

Abbiamo già visto come le relazioni cristiane sono vere quando sono gratuite, non soggette a delle proiezioni e aspettative che imponiamo agli altri. Il contrario dell’amicizia è l’asservimento, un atto di negazione di sé e della propria dignità e autonomia per ottenere qualcosa da qualcuno. Asservito ad altri è chi cerca un beneficio, un vantaggio, una convenienza personale da una relazione specifica. Non può esserci amicizia dove si cerca un fine personale, facendo dell’altro un mezzo e mortificando se stessi nella rappresentazione di un’immagine di fedeltà, prossimità, servizio, che è finta. Siamo nell’ambito del peccato contro il secondo comandamento: “non ti farai immagine”.

Guardiamo al caso concreto: “se sei mio fratello, devi fare quello che ti dico”, “se sei un buon padre, devi essere presente”, “se sei una buona madre, i tuoi figli devono essere felici”. Il sapore di queste piccole, apparentemente legittime ma ingiuste recriminazioni è quello che nel Vangelo troviamo in bocca al serpente, Satana, l’accusatore: “se tu sei Figlio di Dio … ”. Il dubbio sull’identità dell’altro, chiedere o pretendere che l’altro sia come piace a me, che cambi il suo modo di essere o che faccia qualcosa che rientri nei miei schemi, questa non è amicizia ma dominio, una forma di tentazione per l’esercizio del possesso. Seminare il dubbio su un altro è una forma di omicidio preterintenzionale: nel tuo cuore è già morto e allora cerchi di condizionare anche il giudizio degli altri.

In amicizia non ci sono aspettative che possano essere tradite. Se sei deluso, allora prima eri illuso, ti eri fatto il film sul fatto che il tuo amico, compagno, sorella, padre o madre, avrebbe assolto allo schema che gli avevi appiccicato addosso con le proiezioni di un desiderio disordinato che coltivi nel cuore e che è il motore della tua rabbia: il desiderio di essere amato a modo tuo.

Una coscienza giusta e retta non lascia spazio ad aspettative e recriminazioni. L’amicizia è gratuita, non presenta la fattura: “se vuoi essere mio amico, allora fai questo”. L’amicizia è un atto d’amore che si realizza in una dimensione di gratuità. L’amicizia è dono di sé. È il laboratorio in cui si impara a stare in relazione al modo di Dio, ad amare ed essere amati a modo suo.

L’amicizia non si può imporre né pretendere. L’amicizia nasce dalla gratuità di una relazione che si fonda sull’autonomia, libertà che si fa dono. Non puoi chiedere a nessuno di “essere amico” ma puoi “farti amico”. Significa che l’amicizia è un atto, non una condizione. È qualcosa che va coltivato. Il suo spazio è quello della prossimità, dell’ascolto, dello spogliamento di sé per adeguarsi all’altro senza perdere la ricchezza della propria identità e personalità. Brilla di luce propria nel sacrificio, nel mettere da parte se stessi per affermare il valore dell’altro, mettendo al centro la verità, l’autenticità di una relazione che è relazione d’amore, amore di amicizia.

Il frutto dell’amicizia è la configurazione di sé al modo proprio di essere umano che è quello di Gesù.

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