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Una parola di autenticità (Prima parte)

22 gennaio 2015 in Le catechesi di Padre T. 0

La prima parola di Dio a Mosé è una parola di libertà. Dio si presenta come il Signore, tuo Dio. Ti dice che ti ha liberato dalla schiavitù della terra di Egitto che è la tua zona di confort, là dove ti accontenti di esistere sperimentando la fatica, la fame, il vuoto di senso. Dio te ne libera perchè ascolta il tuo grido interiore e si fa presente. Avere un Dio, possederlo come proprio, ti rende libero. Perchè se sei libero davanti a Dio, lo sei di conseguenza anche davanti agli uomini, nelle cose di ogni giorno.

Stabilita la tua condizione di libertà, la seconda parola di Dio è una parola di autenticità. Se sei libero davanti a Dio, ti puoi dare il permesso di essere te stesso esercitando questa libertà. Dio dice:

«Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» [Es20,3-5].

Si tratta della seconda parte di quello che nella tradizione cristiana è sempre il primo comandamento: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze.

In questa seconda parola comprendiamo il senso del nostro disorientamento, della incomunicabilità, della solitudine. L’autenticità è la libertà di essere quello che sei, di vivere nello spirito del proprio essere umano, come Dio ti ha fatto, perchè Dio ti ama come sei, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, la tua verità e la tua miseria. Cercare un corpo per essere desiderato, una carriera per essere rispettati, ricchezze per essere ammirati, relazioni sociali per essere riconosciuti, è vivere di ciò che non alimenta, cercare l’essere fuori di sè, lontano da Dio. Quando ci allontaniamo da Dio viviamo l’esperienza della torre di Babele. Allontanandosi dalla propria sorgente di vita, dal proprio Oriente, dall’Eden, l’uomo si disorienta, perde l’orientamento e cerca fuori di sè la sicurezza che non trova più in se stesso e a partire dalla propria relazione con Dio. Trovata una pianura, una zona di confort, si fa la propria torre per toccare il cielo, da solo, con le sue sole forze. Gli uomini in questo sono concordi: andiamo, fabbrichiamo, edifichiamo [Gen11]. L’ansia è il primo sintomo dell’idolatria: l’ansia di fare per essere, l’ansia di una posizione superiore, per guardare gli altri dall’alto, per dominare.

Tutt’a un tratto sono seduti a tavola insieme e si fa presente una novità. Lui sa parlare soltanto di affari e di titoli azionari. Lei solo di donne, di moda, benessere, servizi sociali. I figli parlano in modo sempre più stretto il linguaggio dei loro social network. E non si comprendono. Ognuno concentrato nella propria torre, parlando lingue diverse. L’incomunicabilità, che segue l’ansia dovuta alla prostrazione davanti ai propri idoli, apre la porta alla solitudine e di conseguenza alla divisione, alla dispersione.

Il capitolo successivo del libro della Genesi, il dodicesimo, supera la dispersione della torre di Babele con la chiamata di Abramo: Dio ti chiama per nome e ti dice di lasciare la casa di tuo padre, la tua zona di confort. L’incertezza è una realtà della condizione umana: si tratta di mettersi in cammino fiduciosi nella Parola di Dio che si rivela, che ti chiama per andare nella terra che lui ti mostrerà. Non ti dice subito dove sei diretto. Ti dice di metterti in cammino. La Chiesa è pellegrina, l’esperienza di Cristo è cercare la Verità, abbandonare i propri idoli, le immagini precostituite della propria realtà personale, per seguire Gesù che ci insegna a essere umani a immagine e somiglianza del Padre, attraverso il Figlio, per mezzo dello Spirito Santo.

La Chiesa in cammino è una Chiesa in uscita. Esci dalla tua zona di confort e permettiti di essere quello che sei davanti a Dio.

Con affetto,

Padre T.

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