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Io e il coronavirus

2 aprile 2020 in Novità 0

Nel mese di marzo sono stato colpito dal Covid-19, quello che più comunemente chiamiamo Coronavirus. È stata una sorpresa sgradevole. Non avevo mai sottovalutato la pericolosità di questo ceppo virale ad oggi in parte ancora sconosciuto, avevo preso tutte le precauzioni del caso ma qualcosa è andato evidentemente storto.

Chi me l’ha contagiato? Quando? Nella mia testa ci sono soltanto ipotesi che lasciano il tempo che trovano. Non credo che riuscirò mai a risalire all’attimo che avrebbe stravolto, poi, il mio corpo per diverse settimane, con febbre altissima, una polmonite, un ricovero, un rischio di collasso polmonare e una terapia pesante per uscirne fuori.

Potrei raccontare tante cose, quello che ho visto in ospedale, la sofferenza palpabile che mi toccava da vicino, senza fare sconti. Il mio stato fisico debilitato si sommava a quello degli altri pazienti, persone con cui sono venuto a contatto condividendo con loro questa esperienza estrema che per un attimo mi ha messo all’angolo.

“Ce l’ho fatta grazie alle persone che hanno pregato per me!”

Ho rischiato grosso, mi sono sforzato di non cedere alla paura. Con la preghiera, con l’affidamento totale al buon Dio. Sono stato sostenuto dall’amore di mia moglie e di mio figlio e dall’affetto di tantissime persone che hanno  pregato per la mia vita.

Al pensiero mi commuovo ancora.

Ma non posso dimenticare l’amore e l’abnegazione che infermieri e medici mi hanno dato in quei giorni in cui la mia sopravvivenza era appesa a un filo.

Le infermiere, che abbraccerei una a una, le dottoresse…. sono state in quei frangenti sorelle, amiche e madri. Non mi hanno mai lasciato solo – davanti a un’infezione virale che lascia soli, perché nessuno può farti visita, rischio il contagio e un nuovo ricovero – mi hanno stretto le mani, mi hanno accarezzato il viso nei momenti più duri, mi hanno sussurrato parole di speranza, mi hanno regalato sorrisi e una volta anche un rimprovero, perché volevano a tutti i costi che io ne uscissi fuori. Che io vivessi!

Come si fa a non voler bene a persone così? Che aiutano per missione, per amore verso il prossimo e verso quella medicina che, dispensata a dovere, salva e migliora la quotidianità del pazienti.

Isabella, Federica, Giusi, Betty, Manuela, Cristina…. sono solo alcuni dei nomi dei dottori e delle infermiere che mi hanno accompagnato in questo viaggio che, adesso, si avvia verso la guarigione.

Nei momenti di sconforto e di paura, nei momenti difficili, come sono questi tempi (destinati, però a terminare), stringiamoci e uniamoci nell’intenzione di non cedere, nella prerogativa forte di farcela a tutti i costi.

Non siamo noi i padroni della vita che è un dono che il buon Dio ci ha dispensato. Ma proprio perché dono, difendiamola al meglio, con le migliori intenzioni. Il Signore non ci lascerà soli, ci farà trovare nel nostro cammino le persone giuste, le idee e gli spunti creativi.

E quando la pazienza termina, affidiamoci alla speranza.

“Siamo il sale della terra, non dimentichiamolo mai!”

Marco Sonseri

Sceneggiatore di Domenica NET

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