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Genitori: istruzioni per l’uso

13 ottobre 2020 in Formazione 0

a cura di Don Andrea Lonardo

Diocesi di Roma

Nel proporre una traccia del primo incontro con i nuovi genitori che per la prima volta accompagnano i bambini in parrocchia, mi è venuto in mente di parlare con voi del modo di organizzare un discorso tipico della retorica antica. I maestri latini dividevano il discorso in 6 parti, e lo faremo anche noi.

1. L’inizio del discorso: far capire che volete bene ai genitori, che capite la fatica che fanno! (la captatio benevolentiae!)

L’oratore cominciava con una captatio benevolentiae ossia provando a catturare la benevolenza. Quando parli con qualcuno che non conosci, che non ti ha mai visto prima, che non sa chi sei, devi prima creare un’intesa. Oggi si direbbe “creare un feeling”! Vogliamo, allora, iniziare dicendo che sono stati coraggiosissimi a diventare genitori di questi tempi. È importante dire che noi, preti e catechisti, ci rendiamo conto che stanno già vivendo in qualche modo il Vangelo perché Gesù ha detto: «Non c’è amore più grande di chi da la vita per i propri amici». E cosa stanno facendo loro se non dare la vita per i loro figli?

In fondo, gli uomini si dividono in due categorie: quelli per i quali non c’è niente di più importante della propria vita e quelli che hanno qualcuno che è talmente importante ai loro occhi che preferirebbero morire al loro posto. Ecco questi sono i genitori!

Per noi cristiani iniziare lodandoli non è tanto una tattica, un modo per ingraziarsi i genitori, un lancio pubblicitario. Se così fosse non ve lo avrei consigliato. No! È essere veri. Se tu non vuoi bene a qualcuno – e diceva don Bosco: “Non basta amare, è necessario che si sentano amati” – non ha senso che gli parli.

Dobbiamo dire fin dall’inizio che fare catechesi con i loro figli è qualcosa di straordinario, è la cosa più bella che potesse capitare a noi, preti e catechisti, e ci capita proprio perché loro hanno scelto la vita, hanno scelto di diventare genitori e di mettere al mondo dei figli e di amarli.

L’esordio del discorso latino non solo cercava di catturare la benevolenza, ma anche buttava lì qualche “insinuazione” (insinuatio in latino), quando c’era qualche ostacolo già noto. Questo mostra che chi parla non è uno stupido, ma sa bene di cosa sta parlando. Perché è importante affrontare subito le obiezioni più immediate, i luoghi comuni ed i pre-giudizi che l’altro poteva avere in mente.

Non perderete mai tempo nel soffermarvi a pensare a quali sono i pre-giudizi di chi viene in parrocchia. Tirateli fuori voi, prima che emergano da soli. Spiazzate le persone, dicendo esattamente quello che non si aspettano di sentirsi dire da voi. Il rischio più grande di ogni discorso è che sia banale e che confermi i pre-giudizi di chi ascolta.

Qui io direi due cose molto semplici. Innanzitutto direi: “Voi vi aspettate che io vi dica che dovrete accompagnare ogni domenica i vostri figli a messa, perché non ha senso prepararsi alla Comunione se non si viene a Messa. Ma non c’è nessun bisogno che io vi dica queste cose, perché non siete cretini e lo sapete già da soli per esperienza: i bambini hanno bisogno di testimonianza. Non vi abbiamo convocato qui per dirvi questo perché già lo sapete. Vi abbiamo convocato qui per dirvi qualcosa di molto più importante, per dirvi perché avete fatto bene ad accompagnare i vostri figli in parrocchia” – ed intanto gli avete anche detto dell’importanza della Messa!
Dire cose di questo tipo, ancora una volta, non è una tattica, è la verità: c’è qualcosa che è più importante delle regole che pure dovete dare loro. Qual è, però, il cuore del vostro primo incontro con loro? Dare regole o donare un annuncio?

La seconda cosa che insinuerei (la seconda insinuatio) è che conoscete la loro stanchezza, la stanchezza di alzarsi ogni giorno per andare al lavoro – per chi, fortunato, il lavoro ce l’ha ancora – la fatica di tornare tardi la sera, di avere poco tempo per la famiglia, poco tempo per stare con i figli.

Ebbene il cammino verso la Comunione sarà un tempo per riposarsi, per ritrovare il tempo di stare insieme, perché se non si sta insieme si finisce per separarsi. Noi sappiamo che una persona che ha Dio con sé è serena anche se è molto affaticata e che una persona la cui vita non ha un senso non è serena, anche se non ha niente da fare.

 

Continua a leggere l’articolo sul nr. di novembre di Essere catechisti.

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